Control: a Joy Division biopic by A.Corbijn
La prima volta che ascoltai “ Unknown Pleasures ” dei Joy Division fu sul finire degli anni ’90, avevo all’incirca quindici anni, discreti quantitativi di eyeliner, e l’aria pretenziosa e ridicola che si addice ad un confuso dark wannabe di, appunto, quindici anni. Avevo sempre sentito parlare di “ questi ” Joy Division come di una band depressa, una roba tale da poter buttare al macero i dischi dei Cure gelosamente custoditi, un vuoto nello scaffale da colmare assolutamente con il vuoto cosmico. Fronte nero, retro nero, lo spoglio diagramma in copertina a tagliare il tutto, una freddezza ed un’occlusione visiva, percepibile per altro solo in parte nel formato CD, nemmeno comparabile a quella sonora, un’ incisività a dir poco soddisfacente, e mi bastava così. 
Solo il crescere mi ha fatto rendere conto di una cosa: i Joy Division, Ian Curtis in particolare, non sono mai stati nulla di speciale, di eccezionale, ma solo tremendamente umani. I Joy Division presero l’attitudine punk di fine anni ’70 e la sacralizzarono, agguantarono l’estetica art-rock della
coppia Bowie/ Eno e la sbatterono al suolo, normalizzandola, scarnificandola violentemente, catalizzando tutto attraverso la prismatica figura di Curtis. Un buco nero per i sentimenti, nero come la caligine di una Manchester avvolta dalle industrie in crisi e territorio di caccia per gli esponenti di una scena che vedeva la luce nei Buzzcocks, nei The Fall dello scontroso Mark E.Smith e negli arruffati cantici metropolitani di John Cooper Clarke, il “ bardo di Salford ”.
L’atmosfera dell’epoca è stata riproposta nel 2007 in “ Control ”, film a firma Anton Corbijn e che da poco più di un mese ha ricevuto anche una distribuzione italiana. Tratta dalla biografia di Ian Curtis scritta dalla moglie Deborah, Touching From A Distance ( edita in Italia da Giunti con il titolo Così vicino, Così Lontano ), l’opera del regista e fotografo olandese è già facilmente considerabile come una pietra miliare nell’universo del cinema a sfondo musicale. Corbijn non è certo nuovo all’ambiente avendo lavorato con numerose band come U2 e Depeche Mode, con i quali ha il rapporto più stretto, ed essendosi trovato a fotografare gli stessi Joy Division ed a dirigere i New Order per lo storico video di “ Atmosphere ”. “ Control ”, è una sorta di percussivo viaggio nella mente e gli occhi di Ian Curtis, visione geniale totalmente in bianco e nero come meglio si addice al contesto, quasi a richiamare i vecchi, gloriosi e terreni film della new wave britannica. Il regista si pone come osservatore distaccato ma sempre attento a non perdere le redini di un magistrale Sam Riley nei panni di Ian Curtis, con il quale vanta un’inquietante somiglianza, e tutte le figure che vi gravitano intorno. Macclesfield – Staglieno – Macclesfield dall’adolescenza nella periferia di Manchester all’incontro con la futura moglie Deborah ed i compagni d’armi, i sentori punk nell’embrione Warsaw, i Joy Division, il primo, provocativo EP “ An Ideal For Living ” e l’inizio della fine. L’incontro-scontro con Tony Wilson, leggendario e recentemente defunto presentatore della Granada TV nonché figura cardine della Factory, e quello con il produttore Martin Hannett, fondamentale nell’economia della band, porteranno ai Joy Division i primi successi in contemporanea con il sorgere in Ian Curtis di problemi epilettici. In una girandola di tensioni e personaggi: il manager Rob Gretton, la giornalista belga Annik Honoré, la moglie Deborah, la vita di Curtis – Riley si dipana tra mille forze convergenti, la malattia, la tormentata vita di coppia, lo stress della band in ascesa. L’atroce esibizione sul palco delle viscere di un uomo stanco, troppo presto, di essere ingabbiato e vittima degli eventi fino al tonfo quel 18 maggio 1980 sulle note di Iggy Pop, un altare al mutismo nei versi urlati tra le note dei Joy Division, così vicine, così lontane, senza controllo.
Staglieno pic by Michela Castelluccio
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