09.11.2010 The Gaslight Anthem @ Magazzini Generali, Milano
Live report a cura di Marina Ravizza
Chissà cos'ha svegliato i sentimenti del popolo milanese nei confronti dei Gaslight Anthem nel giro di un anno e mezzo e poco più, fatto sta che siamo passati dal concerto al piccolo e non colmo Zoe Club di fine febbraio 2009 al quasi sold out ai Magazzini Generali, dove il concerto è stato spostato dopo il sold out iniziale al Tunnel. Di certo i Gaslight Anthem dal New Jersey si meritano tutto questo e anche di più e ci sta che chi fino a qualche mese fa non li avesse mai sentiti nominare adesso sia qui stipato nei Magazzini Generali pronto a godersi tutta l'energia esplosiva che, io lo so già, scaturirà senza freni dagli amplificatori.
L'attesa della sottoscritta è grande, sono totalmente innamorata di questi romantici springsteeniani, anche se questa definizione va sicuramente stretta alla band, che ha in repertorio si molti pezzi innegabilmente influenzati dal Boss ma anche del sano punk rock trascinante nonchè del grande american rock classico e d'autore, che è un po' la linea che sembrano aver preso con l'ultimo, bellissimo, "American Slang".
Entro nella discoteca che Chuck Ragan, il secondo supporter (primi erano gli Sharks, non pervenuti) ha appena imbracciato la sua chitarra ad intonare i suoi pezzi di puro folk cantautorale, con tanto di violini al seguito, e la sintesi del mio pensiero potrebbe essere in: bravo, ma dopo un po' basta. Probabilmente l'essere in trepidazione per gli headliner non mi predispone troppo bene verso i gruppi di supporto, almeno la maggior parte delle volte: nel 2009, infatti, l'opening act era Frank Turner, e ho detto tutto. Avrei sperato nella stessa buona sorte, ma alla fine va bene così, perchè è per i Gaslight Anthem che sono qui.
Sono le 22 e qualche minuto e purtroppo la fama dei Magazzini Generali si conferma anche stavolta, già dalle prime note di The Spirit of Jazz: suoni impastati, volumi calibrati male, insomma la solita acustica penosa che siamo costretti a subire davvero troppo stesso. Non vorrei ripetere ogni volta la solfa della penuria di locali da concerto a Milano, ma è davvero desolante ogni volta doversi accontentare di un suono non all'altezza.
Per fortuna i Gaslight Anthem fanno si che non si senta troppo la mancanza di un audio decente e mettono in piedi uno show magnifico, fatto di energia, sudore, tecnica, coinvolgimento, divertimento, passione e della gran voce, sporca e onesta, di Brian Fallon, frontman tra i più umili, simpatici e spontanei che vi possa mai capitare di vedere. Il carisma di Fallon non è dato solo da quella miriade di tatuaggi che ha e che un po' contrastano con quel suo viso sorridente da bravo ragazzo, ma soprattutto dal talento e dalla passione che trasuda ogni suo movimento, ogni nota che fa uscire dalla chitarra, ogni parola cantata, ogni sorriso offerto al pubblico. E sorride tanto, come al solito, Brian, sorride e parla per almeno 10 minuti, perchè è ruffianello si, ma soprattutto spontaneo e gli piace entrare in contatto con il pubblico con pensieri e aneddoti. 10 minuti nei quali, pensandoci, ci stavano comode un paio di canzoni, o almeno sicuramente la cover di State of Love and Trust, segnata in scaletta ma non eseguita - grazie anche al coprifuoco dei Magazzini Generali che impongono la mezzanotte come limite massimo di orario di fine di un concerto - e che per una che venera la band di Eddie Vedder come me sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. Ma di certo lamentarsi sarebbe da pazzi.
Il repertorio dei Gaslight Anthem è impressionante per quanto riguarda la qualità delle canzoni e quando si hanno pezzi del genere è anche facile stilare una setlist che soddisfi tutti, pescando in modo omogeneo da tutti e tre i dischi, con maggior risalto all'ultimo, ovviamente, e anche dall'EP "Señor and The Queen". Il risultato è una perfetta alternanza di pezzi incazzosi e di canzoni più malinconiche e riflessive: le varie We Came to Dance, Wooderson, I'da Call you Woody, Joe, American Slang fanno cantare e saltare come indemoniati tutti i presenti, mentre Blue jeans & white t-shirts riempie di malinconica felicità. Ovviamente non sarebbe lo stesso senza i grandi pezzi che hanno un po' consacrato la band come nuova grande realtà del panorama rock: durante Miles Davis & The Cool, Meet Me By The River's Edge, Old White Lincoln e una tiratissima Great Expectations, a chiudere la prima parte di show, si può sentire distintamente il coro uniforme di tutti i presenti sotto la voce di Brian Fallon e una volta di più ti senti parte di qualcosa che non si può descrivere se non la si vive.
Sono le 23.40, il coprifuoco è vicino ma ci sono ancora venti minuti che regalano una sorpresa, una di quelle canzoni che avrei sperato facessero ed eccola qui. Let it ride, let it ride, let it roll off your mind... così attacca Red In The Morning, e nonostante la stanchezza inizi a farsi sentire non si riesce a non saltare e a non consumarsi le corde vocali. Doverosa la pausa con Here's Looking at You, Kid, maravigliosa ballata che fa risaltare una volta di più quella voce vera, che parla di esperienze vere e nelle quali possiamo tutti rispecchiarci.
The Backseat è come al solito il gran finale e, dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, la carrozza, dopo 90 minuti di concerto, ritorna zucca. E' mezzanotte ed è ora di rimettersi il maglione sopra la maglietta dei Pearl Jam, provata da tutto quel saltare. La favola è finita anche per stasera, lasciando ancora di più la consapevolezza che i Gaslight Anthem sono a tutti gli effetti gli eredi del vero rock americano. Una grande band, un grande amore che può ancora crescere. E se non è amore quel sorrisone che ho stampato sulla faccia non so cosa potrebbe esserlo.
And we sing with our heroes thirty-three rounds per minute? We're never going home until the sun says we're finished
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- Gaslight Anthem, Rock in Idro 2009, Palasharp, Milano
- The Gaslight Anthem, Zoe Club, Milano
- Starsailor, Magazzini Generali, Milano
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