20.10.2011 Anna Calvi + François & The Atlas Mountains @ Alcatraz, Milano
Un Alcatraz messo di traverso e un bel po' di gente, ma poi nemmeno troppissima, per il debutto milanese di Anna Calvi dello scorso giovedì. L'età media è tendenzialmente alta e diversi i volti noti, da Francesco Bianconi a Saturnino, al direttore di MTV Italia Luca De Gennaro a George di Troublezine.
L'apertura è affidata a François & The Atlas Mountains, creatura di François Marry, artista francese trasferitosi a Bristol e compagno di scuderia della Calvi alla Domino.
Il prodotto del combo si riduce ad un potpourri di rumori e tribalismi che trovano espressione nel tarantolato percussionista, ma che risultano essere poco più che
una versione scialba dei Yeasayer. Per altro vestita decisamente peggio. Nel 1977 una delle più influenti, se non la più influente, etichetta indipendente britannica, la Rough Trade, iniziò la propria avventura con la release del singolo Paris Maquis dei punk parigini Metal Urbain, oggi quella che per certi versi vuole raccoglierne il testimone prova ugualmente a puntare su una band d'oltralpe, ma i risultati sono decisamente trascurabili.
Arriva finalmente il turno della Calvi, papà italiano, mamma inglese e una voce grande così. Dell'omonimo debut album si è scritto tanto e ponti d'oro sono stati costruiti e per molti è uno degli album del 2011. Sono stati sprecati paragoni in confezioni famiglia: PJ Harvey, Diamanda Galas, Siouxsie; ora è il momento di verificare quanto del mood registrato riesca a restare intatto all'impatto dal vivo. L'attacco è un lungo e appassionato rapporto a sei corde, che la minuta chanteuse di Londra sembra maneggiare con padronanza in Rider To The Sea. L'atmosfera è quella di un film di Tarantino a tinte meno pop e nel silenzio della sala, che durante quasi tutta la durata dello show è ipnotizzata, ci si aspetta di sentire un colpo secco da un momento all'altro. Del resto il potere della musica di Anna Calvi è proprio quello di essere evocativa e cinematografica e in ogni nota ed ogni curva della sua possente voce si leggono i mille motivi per i quali Nick Cave e Brian Eno hanno deciso di prenderla sotto l'ala protettrice. Proprio la risposta del pubblico poi è forse un interessante termometro dell'esibizione: non salti, non urla, non canti ma un silenzio interrotto solo da scroscianti applausi al termine di ogni brano. Una situazione più jazzistica che strettamente rock e non certo causata da una mancata partecipazione della platea, quanto piuttosto da una sorta di rispetto a orecchie basse per la passione e la drammaticità della performance, in un continuo gioco di salto al limite nello scambio reciproco artista-spettatore.
Il repertorio della Calvi non è certo dei più vasti, tanto è vero che sono ben tre le cover (la ormai "sua" Jezebel di Frankie Lane, Wolf Like Me dei TV On The Radio e
Surrender di Elvis, che mi piace considerare come un tributo al suo sangue italico), ma i gioielli ci sono tutti. Desire,nel suo canto liberatorio è quella che raccoglie la risposta maggiore e l'album è eseguito quasi per intero, con l'eccezione di The Devil sostituita da Moulinette, altro lato del primo singolo Jezebel.
Il sound dal vivo della band, formazione a tre, oltre a lei il batterista Daniel Maiden-Wood e Mally Harpaz all'harmonium e le percussioni, rischia di
risultare poco pieno, ma la straordinaria personalità vocale dell'anglo-italiana, unita al roboante stile chitarristico della stessa, satura tutto con una personalità
da brividi che non è sinceramente comune nel panorama attuale, figurarsi per una cantante al primo album. Un equilibrio simile a quello delle performance degli Arcade Fire, partendo da un assunto opposto, cioè quello di riuscire a tenere sotto controllo la miriade di elementi senza che risultino ingombranti e fastidiosi. Anche il discorso circa l'eccessivo sapore retrò, pur vedendola lì scarlatta in blusa e acconciatura d'altri tempi, cantaora flamenca del nord, viene inesorabilimente a cadere per la grandissima bravura nel fare musica classica con tocco moderno, nel suo essere austera ma ragazzina, e senza la paura di dover stare a guardarsi troppo dalla pletora di paragoni; perché Anna Calvi ha dimostrato solo di essere la prima Anna Calvi.
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