The Gaslight Anthem, American Slang

A cura di , 28 luglio 2010
The Gaslight Anthem, American Slang
The Gaslight Anthem
Side One Dummy

Si possono avere radici e ali. "American Slang", l'atteso terzo disco dei Gaslight Anthem, guarda sì avanti, eppure sa d'altri tempi. Si fecero notare subito, nel 2007, con l'esordio à la Against Me! di "Sink Or Swim", per poi guadagnare credibilità con l'EP del 2008 "Señor and The Queen" ed essere poi consacrati, nel giro di una manciata di mesi, come la nuova promessa del rock statunitense. "The '59 Sound" parlava da solo.
"American Slang", come primo album dell'attesa (prevista?) conferma, è i Gaslight Anthem. Americano, autentico come vacillante, sa di calore che sale dal cemento e di vento dell'Atlantico. Ha cuore. Senti alcune tra le melodie più accattivanti mai messe a punto dal quartetto (Stay Lucky, Boxer), alcuni tra i momenti dal sapore cinematografico che echeggiava nei precedenti lavori, ad esempio nel rock'n roll di The Diamond Church Street Choir). "American Slang" è molto introspettivo, più concreto anche nei testi. A tratti fa saltare, a tratti fa rodere lo stomaco. Poco dispersivo, immediato, a tratti interrogativo: difficile dire che sensazione susciti esattamente The Queen Of Lower Chelsea, con il suo andamento dolce e confuso allo stesso tempo. Le buone vibrazioni sicuramente non mancano (The Spirit Of Jazz), anche se l'impatto è decisamente contenuto rispetto alla pelle d'oca della ribalta di "The '59 Sound". Sembra che i Gaslight Anthem guardino un po' meno al proprio passato e pensino invece al presente, quello delle persone e della band che sono; sanno conciliare, come in Orphans e The Spirit Of Jazz l'anima degli inizi con una acquisita maturità. Probabilmente, direste, "American Slang" è uno di quegli album che si realizza soltanto se interpretato, suonato, vis(su)to. Sa di Springsteen (Bring It On), sa di Clash (Old Haunts). Sa di Gaslight Anthem. Spiazza soltanto sentire momenti troppo poco schietti, che lasciano la loro potenza in sospeso, come la conclusiva We Did It When We Were Young, che dovrebbe spaccare il mondo e risulta discutibile pur nella sua profonda bellezza. Come lo è la voce di Brian Fallon che, malgrado raggiunga i consueti livelli di intensità, non è impegnata in un lavoro eccezionale.
"American Slang" prende, lascia in sospeso, appaga ma non sazia. Come la sensazione di avere le ali e non sapersi divincolare da ciò che nonostante tutto tiene a terra.


Tracklist:

01. American Slang
02. Stay Lucky
03. Bring It On
04. The Diamond Church Street Choir
05. The Queen Of Lower Chelsea
06. Orphans
07. Boxers
08. Old Haunts
09. The Spirit Of Jazz
10. We Did It When We Were Young


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