The Decemberists, The King Is Dead
Recensione a cura di Marco Roscetti
"The King Is Dead" sigla il ritorno della ciurma di “carbonari” di Portland, capitanati da Colin Meloy. Dopo l’interessante e convincente esplorazione nelle lande sonore del progressive/sperimental rock, con il precedente "The Hazards Of Love" (2009), i The Decemberists, si fanno nuovamente trasportare dagli impulsi atavici delle foreste pluviali del Nord-Ovest statunitense. Usciti estremamente emaciati e sfibrati dal penultimo lavoro, i dieci pezzi che compongono l’attuale The King Is Dead, ostentano il carattere indie folk rock (anche se ora incidono per la major Capitol Records) dei primi album studio, tralasciando però quelle sagome picaresche tanto care all’estro letterario di Meloy, e imbottendosi di un genuino e bucolico country da focolare.
Fedeli al proprio nome, sembrano voler ricapitolare i nobili intenti decabristi. E ci riescono, fallendo nell’impresa come i loro celebri antenati. Come lo Zar sopravvisse all’insurrezione del 1825, così il re rimane saldamente al potere, e muore solo nelle cubitali lettere della copertina di conifere dell’album. Un album semplice, non certo propositivo, caratterizzato da una raffinata pacatezza, dettata dalla calda voce di Meloy, che amalgama i melanconici racconti di Young, la strada di Dylan e l’estetica degli Okkervil River. Tratto positivo risulta l’inconfondibile collaborazione di Peter Buck, chitarrista dei R.E.M., che riesce a dare spessore a tre pezzi della track-list. Fa ben sperare la partenza con Don’t Carry It All, dove un piacevole aroma di muschio selvatico, ti trascina in quel “mondo di creature selvagge” che domina i sottoboschi dell’Oregon, costringendoti a sconfinare nelle distese di conifere e latifoglie canadesi. Sarà forse quel riff d’attacco tanto fedele alla Wake Up degli Arcade Fire.
Ti ritrovi tra le travi di recinzione di un ranch con Calamity Song, anche se appena riapri gli occhi ti accorgi che il sound non va oltre al galoppo di un cavallo a dondolo rimasto in libertà per anni tra le quattro mura di casa. Piacevole è la trasvolata continentale e atlantica, destinazione Dublino, di Rox In The Box, dove i tratti yorkestoniani e celtici stratificano la ballata, invitando i corpi alla danza. Il tutto fa pensare ad un gustoso connubio musicale post-cena tra il nostro Meloy e l’irlandese naturalizzato americano Dave King, dei californiani Flogging Molly. Meritano ascolto Down By The Water, sicuramente il pezzo di punta dell’album, dove la voce della songwriter Gillian Welch, collima perfettamente con le ritmiche delle chitarre e gli echi incrociati di armonica e fisarmonica, e This Is Why We Fight, che grazie al tocco di Buck, viene scaricata da un fucile a canna rigata per svelare l’anima veramente decabrista di Meloy e compagni, segno tangibile della fisionomia eclettica dell’intera formazione. Per il resto nulla d’interessante. Il rimanente scivola via senza lasciar traccia.
Per i fan storici una riconferma. Per chi invece mantiene una relazione intermittente o superficiale, non troverà in questo album abbastanza combustibile per alimentare il fuoco della passione.
Tracklist:
01. Don’t Carry It All
02. Calamity Song
03. Rise To Me
04. Rox In The Box
05. January Hymm
06. Down By The Water
07. All Arise!
08. June Hymm
09. This Is Why We Fight
10. Dear Avery
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