Intervista

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Quattro chiacchiere con Bill Stevenson dei Descendents

Intervista a cura di Josie

I DESCENDENTS stanno per tornare per una manciata di date in Europa e finalmente ricalcheranno un palco in Italia, il prossimo 11 giugno al Carroponte di Milano. Ci dedica un po' del suo tempo Bill Stevenson, da sempre dietro le pelli di Descendents (e ALL), nonché fondatore del celebre studio di registrazione sito in Colorado, The Blasting Room.

Nel 2016, dopo dodici anni di distanza dal bel "Cool To Be You", i Descendents hanno pubblicato il tosto e impeccabile "Hypercaffium Spazzinate", l'ennesima prova di attesa ben ripagata, di fiducia ben riposta. Di recente è stato pubblicato anche Who We Are, un pezzo che vuole persuadere chi ascolta a prendere coscienza di importanti problematiche sociali.
"Negli ultimi sei mesi abbiamo dovuto assistere passivamente al fatto che il nostro paese abbia eletto come presidente un deficiente razzista e sessista. È una cosa davvero avvilente. Who We Are è una canzone che vuole persuadere la gente a risvegliarsi e a darsi una mossa per iniziare a trattarsi l'un l'altro (a trattare tutti, in verità) in maniera più dignitosa. Cazzo. Sono i nostri figli che vivranno in questo mondo di merda".

"Life is a series of lows and highs", come dicono proprio loro. Un leitmotif che dai primissimi testi, da quelli più graffianti fino a quelli in apparenza spensierati, dà a ogni pezzo un accento frustrato e frustrante. I Descendents sono apprezzati da tanti anche perché raramente hanno sorpreso, pur sorprendendo in ogni occasione; allo stesso modo, hanno sempre saputo scrivere testi assai personali, ma in qualche modo universalmente terapeutici.
"Proprio così, i nostri testi sono particolarmente catartici per noi. In realtà ci viene facile, non sapremmo scrivere in nessun altro modo. Agli inizi suonavamo semplicemente per noi stessi e la nostra soddisfazione personale, il nostro intento non era certo quello di diventare famosi o ricchi".

Intanto io devo fare una confessione: credo di aver sentito per la prima volta i Descendents a 16 o 17 anni, imbattendomi in una cover di Hope registrata dai Blink-182, che di tanto in tanto la suonavano anche dal vivo. Fu una sorta di epifania. "Non sono Nardwuar", dico a Bill; e lui risponde "Beh, e io non sono Chris Hannah, vedi, siamo sulla stessa linea d'onda". Bill prende simpaticamente le distanze dalla serietà e dallo spirito esplicitamente politicizzato menzionando i Propagandhi, ma altrettanto risolutamente ammette i vantaggi del cambiamento della musica negli ultimi decenni e ne denuncia altresì le storture.
"Sia il digitale sia il vinile sono molto importanti nella mia vita. Mi ricordo che da ragazzo, dopo la scuola, me ne stavo sul letto a macinare dischi divorandone le copertine, leggendo i credits e i testi, facendoli miei. Fu fondamentale per me. Detto ciò, apprezzo molto anche la comodità del digitale". A proposito della nostra società basata sull'immagine, in particolare sulla condivisione portata all'estremo, anche ai concerti, afferma severo: "non fa per me; anche se i teenager e chi ha poco meno di trent'anni pensano che sia una cosa eccezionale, non fa per me. Per come la vedo io, se scatti una foto di ogni singola cosa che fai semplicemente non è naturale".

La sua considerazione mi riporta a un brano degli American Steel, in cui la voce rauca di Rory Henderson scandisce: "they're busy trying to get famous, we're busy trying to stay nameless". Io credo che non si debba mai smettere di imparare dalle altre persone e che allo stesso tempo sia necessario capire la direzione in cui ci si sta muovendo. Ho domandato a Bill se ci sia mai stato un momento in cui sembrava loro che le cose stessero sfuggendo di mano o se, diversamente, si rimproverino di aver preso qualche scelta sbagliata.
"Penso che i Descendents siano stati definiti molto di più dalle cose a cui abbiamo detto di no rispetto a quelle a cui abbiamo detto di sì. Spesso ci troviamo a scherzare sul famoso motto 'evitare il successo'; un po' lo diciamo per scherzare, certo, ma il nostro è sicuramente un atteggiamento dettato dai fatti. Se il tuo unico scopo è fare qualcosa solo per diventare famoso, beh, è un po' come avvelenare la tua anima. Noi non ci saremmo mai immaginati che i Descendents avrebbero avuto un impatto così grande sulle persone. Iniziammo a suonare poco più che quindicenni, quindi posso candidamente svelare che non avevamo la più pallida idea di cosa stessimo facendo. Però sì, è gratificante pensare che il lavoro che porto avanti da trentotto anni a questa parte è arrivato a toccare davvero tanta gente".

Uno di quei simboli di cui tutti vogliono un pezzo, l'indiscutibile richiamo in ogni copertina dei Descendents, da "Milo Goes To College" a Filmage e oltre, è proprio la faccina di Milo, che è parte dell'identità condivisa e dell'immaginario della nostra scena. Lo vedono con affetto, questo scarabocchio?
"Ancora prima che Milo facesse parte della band, disegnavamo questo personaggino sui banchi di scuola per prendere in giro Milo; non fu che due anni dopo, più o meno, che Milo entrò a far parte della band. Decidemmo quindi di usarlo come artwork della copertina del nostro primo disco. Così, per divertimento".

Esprimere la propria personalità, nella musica e nell'arte (e l'artwork), spesso va di pari passo; ancora altre volte, l'una ispira l'altra. Penso ai diversi artisti italiani che contribuiscono al delizioso progetto "This is not a love song" (TINALS), disegnando poster, spezzoni e strisce tratti da canzoni e film. C'è anche un meraviglioso poster basato proprio su Hope, poster che naturalmente ho comprato, incorniciato ed espongo tronfia in casa.
"Io riesco a malapena a disegnare un omino stilizzato, figurarsi pitturare o essere in grado di governare le altre arti visive. Nutro un grande rispetto per coloro che riescono a esprimersi attraverso questi canali e arti di altro tipo".

Quanto a Milo, che questa volta si è allontanato dal college, siamo curiosi di sapere di cosa si occupasse esattamente...
"Per parecchi anni si è occupato di biochimica, studiando il DNA di diversi esemplari di piante cercando di trovare soluzioni efficienti per riuscire a coltivare cibi e piante dai nutrienti in condizioni climatiche sfavorevoli".

Vogliamo poi sapere da Bill, reduce da diversi problemi di salute ma mai arreso a questa grande passione che condivide con gli altri Descendents, come gli piace prendere il caffè.
"Amo le miscele tostate, belle robuste. Mi piace l'espresso (ho una stupenda macchina per l'espresso a casa), ma in questi ultimi tempi berrei qualsiasi qualità di caffè che mi capiti sotto mano. Preferisco berlo liscio, nero, a meno che sia così tremendo da doverci aggiungere per forza del latte..."

I live dei Descendents rispecchiano l'anima e l'attitudine della band. Sono coinvolgenti e intensi, mettono il sorriso, accendono la miccia dei tuoi pensieri. Non si dilungano ma non lasciano niente a desiderare. Naturalmente, attendiamo con trepidazione di vederli al Carroponte assieme ai Me First and the Gimme Gimmes, ma soprattutto siamo molto contenti che ad aprire ci siano i nostri Manges. Li conoscono, Bill segue altri gruppi italiani?
"I Manges spaccano di brutto ("the Manges are KILLER", sic). Ho iniziato ad ascoltarli negli ultimi tempi. Sarebbe figo farli registrare alla Blasting Room. Conosco anche i Raw Power, ma immagino che tutti sappiano chi sono, no?".

I Descendents sono uno di quei gruppi che, tutto sommato, non ha bisogno di presentazioni. E che è sempre stato in grado di dire (ben più di) qualcosa a chi prestasse l'orecchio. Di generazione in generazione, da quasi quarant'anni. Da quando il punkrock è punkrock. Ci vediamo sotto il palco.

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