Live Report

Immagine del live report.
27.07.2017 Benjamin Clementine @ Sesto al Reghena, PN

Parti da casa intenzionalmente con poche notizie e senza sapere cosa aspettarti.

Assisti ad un concerto assolutamente impronosticabile. Nei modi e nella sostanza.

Al termine riscontri che hai trovato il tutto assolutamente plausibile.

Sintetizzerei in queste tre fasi la mia prima volta in compagnia di Benjamin Clementine, ventottenne londinese con un disco alle spalle (At Least For Now, mio disco dell'anno 2015) ed un altro in arrivo a settembre, "I tell a fly".

Quando verso le 21.40 si spengono le luci della sempre meravigliosa piazza Castello gli occhi vanno verso il palco, per riscontrare con un certo stupore che oltre alla band, batteria / basso / tastiere, vi sono anche cinque coriste, che si posizionano alle spalle dei musicisti.

Il dress code per avere accesso al palco pare essere quello di non portare alcun tipo di calzatura ed indossare una tuta da lavoro (bianca per le coriste, blu per i musicisti).

Clementine si sistema davanti a tutti, di fronte al suo pianoforte a coda, ovviamente scalzo e sulle spalle una via di mezzo tra uno scialle ed una simil pelliccia bianca.

Un pò a sorpresa, ma neanche tanto, l'intera prima parte è composta di soli "inediti". Si parte infatti con una trascinante "By The Port Of Europe", con la quale ci è subito chiaro come il ruolo delle cinque coriste non sarà "di scena" ma a loro è affidato il compito di duettare e accompagnare Mr. Benjamin nelle sue scorribande e gincane vocali.

Questa ad un primo ascolto una delle maggiori novità nel processo di crescita e maturazione del nostro. Da un esordio così urgente, diretto, pare esservi una maggior ricerca nelle armonizzazioni e nelle sezioni vocali, ferma restando un'impronta chiaramente distinguibile e peculiare, oltre ad una voce che dal vivo stupisce per estensione, timbro e potenza. Davvero stupefacente la capacità di variare e la rapidità e naturalezza nel passare da momenti di quasi spoken word ad aperture da crooner navigato.

Per sentire un estratto da "At Least For Now" si passa quindi per "God Save The Jungle", "Awkward Fish", fino ad una splendida "Phantom of Aleppoville", che in certi momenti quasi sembra un'aria d'opera.

Si arriva quindi ad un momento che difficilmente i presenti dimenticheranno, vale a dire "Condolence". Ora, il brano è uno dei più autobiografici e personali di Benjamin, "I Benjamin I was born So that when I become someone one day I always Remember I came from nothing" canta ad un certo punto, e nella versione dal vivo un coro di voci angeliche regala nuove sfumature ad un pezzo di per sè già enorme.

Sta di fatto che i versi finali del brano recitino testualmente "I'm sending my condolence, I'm sending my condolence to fear. I'm sending my condolence, I'm sending my condolence to insecurities". Ora, spiegarvi il meccanismo alla base di ciò che stava per accadere, o cosa fosse passato nella mente a Benjamin Clementine, non lo so spiegare, ma da un semplice invitare il pubblico a cantare a cappella il finale, il nostro si è spinto oltre, ora indicando aree della platea meno "impegnate", ora invitando a cantare ancora "one more, please", più lentamente, arrivando a suggerire agli astanti di fingersi pescatori, arrabbiati, in Sicilia (credo che Sisilì sia stata la parola più detta dell'intero live), quasi sconfortati, ecco, quello doveva essere lo stato d'animo giusto per cantare "Condolence". Il teatrino dura quasi venti minuti credo, e da iniziale siparietto si è via via trasformato in qualcosa di più, di diverso, è diventato una parte vera e attiva del concerto, sebbene sul palco non si sentisse più una nota. Sembrava quasi che Clementine fosse tornato indietro a quando si esibiva nelle metro parigine, o in strada, e cercava di coinvolgere i passanti, non per darsi un tono o elevarsi, ma per condividere e spartire assieme la bellezza del canto, meglio se assieme.

Il pubblico risponde presente, la platea è una voce sola, ed è un momento assolutamente vero e prezioso.

Non è facile ricominciare, ma bastano i primi accordi di piano di "London" per riprendere il filo del discorso. "Nemesis" e "I won't Complain" chiudono una prima parte tanto appagante quanto imprevedibile.

Un rapido cambio palco porta, sola in scena, Barbara, tastierista ora impegnata in un assolo di contrabbasso, raggiunta poco dopo da Benjamin per una travolgente "Adios". Il brano successivo è di quelli che lasciano traccia nei cuori, vale a dire "Cornerstone", con il suo testo durissimo "I have been lonely, Alone in a box of my own, They claim to love me and be near me But they are all lying", per arrivare ai bis finali, tratti nuovamente dal disco in uscita a settembre, in particolare con "By The Port Of Europe" (inclusa una traduzione dal vivo di una spettatrice perchè "I wanna be sure that you understand what you're singing") cantata da tutto il pubblico invitato a ballare sotto il palco.

Benjamin stringe mani, sorride, il pubblico entusiasta rende il giusto omaggio ad un ragazzo che ha mostrato un modo nuovo, diverso di esibirsi e di approcciarsi al pubblico, senza dare mai l'impressione di voler apparire qualcos'altro.

Ci ha condotto attraverso le sue canzoni in diversi posti, tutti diversi, tutti parte della sua storia, e l'aver finito con lo stesso brano di apertura somiglia molto ad un tornare al porto dopo un'uscita in mare aperto.

"And makes me end where I begun", citando John Donne.

Già. Finisce dove tutto era iniziato.

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